
… correvamo a testa bassa senza perdere il controllo col terreno
aiutandoci con le mani e col naso a trovare la strada,
e tutto quello che dovevamo capire lo capivamo col naso prima che con gli occhi,
il mammuth il porcospino la cipolla la siccità la pioggia
sono per prima cosa odori che si staccano dagli altri odori,
il cibo il non cibo il nostro il nemico la caverna il pericolo,
tutto lo si sente prima col naso, tutto è nel naso,
il mondo è il naso …
Il nome, il naso in: Italo Calvino,1986, Sotto il sole giaguaro, Garzanti
Lungo il margine del sentiero che conduce all’orto, quello stesso dove la primavera si annuncia col colore giallo , ora che i bulbi nel buio tepore della terra riposano in silenziosa attesa, tutto, ora, è nel naso, quasi prima che negli occhi.
L’umido della terra che evapora sotto i raggi del sole trascina con sé zefiri profumati, distillati di fragranze densi e robusti.
In quello stretto lembo di terra hanno infatti trovato collocazione, senza una precisa intenzionalità, gli unici tipi di arbusto che prediligono lo sviluppo ricadente, piuttosto che l’allargamento a cespuglio.
L’esposizione solare, inoltre, lo ha designato come luogo propizio per la crescita delle rose, quelle ad alberello, scelte affinchè l’ingombro non fosse d’intralcio al passante.
Nella stagione estiva, dunque, lì nei dintorni, le nari si impregnano di intensi aromi e gli occhi si riempiono dei variegati colori.
Salvie, rosmarini, lavande si affacciano al bordo del pietroso muretto, abbandonando i lunghi bracci verso il sentiero sottostante, mentre le rose si slanciano verso il cielo, schiudendo pigramente i carnosi petali.
Di nuovo torna il colore viola, cui si accompagnano il rosso, il giallo, il bianco, l’arancio, il rosa dell’omonimo fiore.
Il profumo è sospeso nell’aria, ma per esso l’etere ancora non ci aiuta …
Questa terra felice, denominata Breanza, da 'bre' che significa fortunato, è tra le più ridenti e verdi della provincia nostra ed è la natural sedia di quelle amplissime e venustissime ville ch"e i maggiori nostri edificarono a loro dimora per l'ozio loro, dopo le urbane contenzioni e li affanni delle politiche invidie: piantandovi d'attorno convenienti ed acconcissime piante, che superstiti sopra la banalità popolano d'uno fantasioso e nobile popolo antichi giardini.
I discendenti de' vecchi signori intristirono nelle democratiche giostre, nel corso delle quali vennero tra le nuvole de' molti coriàndoli quasi al tutto disarcionati. Altri infetidirono nel commercio del borbonzola, sorta di odorosissimo e pedagno escremento venato d'un suo borbomiceto verde-azzurro che ne fa ghiotti i deglutitori sua. Sicché le antiche ville, o ne vennero segati appiè i grandissimi ed alti sogni d'alberi, per cavarne legno d'opera e sul terreno edificarvi le scuole di chi non impara, o siffattamente diradarono nella verde piana, da parer pochi e verdi cespi fra le distrette d'un fumoso cantiere; dove comandano i capimastri e i bozzolieri.
....
Questa felice Breanza gode di otto generazioni di felicità, di cui voglio dire. Prima è quella che ne' pozzi neri non accoglie i doni soltanto de' suoi naturali e gutturali inabitanti, ma quelli anche preziosissimi della signoria che vi va in villa, la di cui qualità è così ricca d'ogni fecondativa sustanzia, che quésta sola cagione basterebbe a implorare da Dio quella prelodata signoria, se l'onnipotente Iddio a nostro sostegno e allegrezza non l'avesse già di per sé procurata. Tu vedi qui la dama e i dami, la ex dama e li ex dami condescendere con caritatevole e dolce guardo e labbro all'eloquio e al commercio de' cavernicoli, prendere soave informazione de' ricolti e delle loro patate, o suggerir medicina alle femmine, affaticate ogni dì più da que' duo mali temibilissimi verso di cui per solito non usano la medicina, che sono la miseria e il mastio. Il mastio le astringe a promulgare la prole, e la miseria a ringhiottir le lacrime, e frenare lo sbadiglio. Ma il sorriso de' marchesi è di tanto loro conforto, che esse dopo quello sorriso, corrono a uno nuovo figlio, e a un nuovo digiuno. Come vedi, non è piccolo dono che nel salvadanaio tu vi metta non il tuo soldo solo, ma il mio pure, che l'Italia Letteraria me ne consente d'averne uno sì lauto. E così non è felicità poca a questa già così felice Breanza, lo aver ne' pozzi neri una doppia restituzione delle susine sue, con quella di quelle che la signoria comporta d'altronde, di Bosnia, o California, o Provenza.
La seconda generazione di felicità è nelle mosche, che vi vengono ancor più numerose che i signori, sebbene non ne abbino le insigni qualità e virtù sue. Dal Campanone di Teodolinda Regina alla Ritonda del Cagnola sopr'Inverigo l'agosto e tutto un campanare di campane e uno volo di molteplicissime mosche, delle quali la qual si da ne' formaggi, la qual nelli frutti, la qual nelli deretani de' cavalli, la qual nella perniciosa defecazione de' viventi e dipoi subito nel risotto loro, che è uno buonissimo condito di Lombardia. E quale osa pervenire, per difetto di riverenza qual è propio delle mosche, a mettersi a generare con la compagna in sull' appisolato naso della precommemorata Signoria. E come, anco in sul naso de' Grandi di mosche si genera mosche, così tu ne vedi venire delle nuvole sopra la costoletta, ch'è altro buonissimo condito di Lombardia. Donde vedi quanto sia più saggio quel povero villanello che si astiene dal mangiar costoletta, con che si astiene ad un tempo e dal gravame dello stomaco e dalla perenne insidia di queste felicissime mosche.
La terza generazione di felicità di Breanza è le campane, che distendono il loro metallo ne' cuori di tutti: appena addormito che tu sie, ecco ti risvegliano subite, chiamandoti senza indugio alle lodi del Signore. Queste laudi tu le puoi dire in diversi modi, e cioè nel volgare nostro o anche per chiaro e preciso latino. Il latino compiace a Dio, pur che sie latino d'una sorta che non l'offenda o con la durezza de' propositi o con la varietà delle comparazioni animalesche. Ed è in Breanza alcuna sorta di preti che fanno sermoni buonissimi e con esempli grandi e propiamente suasivi, su qual tu vogli de' comandamenti d'Iddio N.S. e de' peccati ch'Elli ne difende dal fare e che noi, o per pravità inveterata di nostra natura o calore alcuno che si genera ne' visceri nostri dopo la cena, o per il freddo che vi ha in mancanza di quella, del continovo facciamo, dico questi peccati proibitissimi et anco di venerdì. Uno vizio solo hanno purtuttavia questi cotali preti ch'io dico, ed è che quando li da il farnetico, si missono in la mente che le sua campane non suonino bastante per intronare la gloria di Dio nelli orecchi de' peccatori e delle peccatrici. Ed è in quello farneticante zelo che fatto il consiglio e persuaso della bisogna, subito imprendono a mutar campane, e sempre le mutano facendole duo volte le priori campane; e come l'onda del suono è nel peso, e il peso è nel volumine, e per duo volte la misura il volumine è otto volte, così d'otto in otto fanno cotali campane che il campanile non l'ha da reggere. E allora o rirsaldano il campanile o rifanno quello: che la prima è migliore che la seconda, che se a rifare bisogna primo tu lo levi dal sópra in giù, rinsaldare bisogna tu lo rifacci dal sotto in su. Ma perché l'appetito del doppio suonare non istia così lungo quanto dura il rifar campane e campanile nella chiesa, ne vengono questi cotali e soavissimi preti con alcuni messeri di Fabbrica, a casa de' marchesi per l'obolo. Ed è marchesi di duo nature, e cioè quelli che innanzi le ville hanno pan d'oro da mangiare e quelli che dietro le ville hanno croste da ródere. E dar dinaio nelle campane, è per li uni una gloria celeste: e per gli altri è una gloria verde. E quando questi secondi Marchesi hanno figli difettivi che non si contentano a mangiar l'ugne in sopra il latino, ma vogliono pane dopo il latino, così per la gloria delle campane ci sarà l'obolo e per i figli le lacrime, senza speranza.
Ma dirò della quarta generazione di felicità, ch'è in la ditta Breanza. Ed è nello ingresso di detta terra; dove soffia uno treno che ti fa nel viso uno fummo buonissimo, e tu te ne lavi dipoi in uno bacile di tua casa, che con quel fummo che hai preso ne li cigli fai un brodo da otto. Questo treno pertiene a una compagnia, che forse la fece Moisè profeta quando volse lasciare la terra di Egitto e rasciugati li mari andorno per
Dirò ora della quinta generazione di felicità ch'è infitta nella felice Breanza. Et è dessa quell'antiquo e felice modo dell'aucupio che dicesi da noi della bressanella, come che provenghi da quella nobile villa che Druso chiamavala Brixia e noi diciam Bressa. Questo gradevole aucupio è nel paretaio, sovr'alle coste che soprapprendono più nel piano, dove tu vi ti ascondi, dentro le verzure e 'l bosco di dette costole, e vi stai sufolando con intenzione grande de' tua nervi, dall'alba a mezzo il mattino. Li augelli purtuttavia non vi vengono, non perché abbino essi alcuna astuzia o una froda siffatta da scansare quello ingegno, che poi così temibilmente li occupa, ma perché non v'ha in Lombardia nissuno augello volante, se non balsamato ne' musei, oltracché le galline, quando tu queste vogli pur dire che son augelli. Ma «l'uomo è cacciatore» dice uno modo da noi: e tu, che sei vuomo e cacciatore e lombardo, sùfola per l'augello,e così puoi augellare per il sùfolo.
E, lasciando dell'aucupio, dirò che altri animali sono in la terra, che non sono nel cielo. Che v'ha la donnola, ovver bellòla, lo scorpio, la sanamandra, il ghiro, il tasso, l'ariccio detto l'istrice, la volpe, e 'l più di tutti ghiotto che da noi li cacciatori grandi lo chiaman «légora», et io lo chiamo, dato l'un caso o l'altro, o gatto ovverosìa coniglio. Questa légora la fa mettere li stivali grandi a costoro, che per cacciar légora vuole calzar duo grandi stivali. Fa prendere cadauno un fucile, detto schioppo o doppietta, e tre o quattro cani ansimanti, che «tirano», che «puntano», che fanno ù, ù, ù quanto è lunga la mane; e con mille puntamenti e mille tirature e ù, ù non ne vengono a capo di nissuna légora, avvegnacché siano quaranta schioppi, ottanta stivali e cani centoventi. Solo v'ha centoventi palmi di lingua e dugentoquaranta mantici in soffio che basterebbono a Vulcano d'accender li fochi dello scudo. E v'ha di grandi e gloriosi ritorni, e poco a poco, tra li stivali e i cani, quella légora che di terra lombarda è onninamente fugitiva, se non che la entrò con l'anima dentro nel corpo di messer lo micio gnào gnào, quella légora, dico, tu te la trovi imaginata, stanata, puntata, tirata ed ancisa nei discorsi che ne fanno: e dipoi come di légora si genera légora, quella medemà doventa duo, e le duo quattro, e le quattro increscono fino a quel nòvero che quelli boriando e trionfando, con passi di Marte e stivaloni di Vinciguerra, possono sustenere col nòvero de' conigli, o de' gatti, o d'entrambi li generi che faranno cotti la gran festa di Nembrot in nella osteria del suo vico. Tu li senti nel treno, che con la légora e con il cane e con la pinna e con il pelo e col punta e col tira, già ti vincono il soffiare del pìffete pàffete. Tu li senti dentro cucina del trattore, urlare circa la sua imaginata légora e dirne grandissime laudi, e dipingerla così presta, così scaltra, così feroce, che quasi ella li avrebbe mangiati, se elli non erano quei virtuosi che sono. Ma incontra a loro neppur potè quella légora, benché légora la fusse al certo: che incontra a uomini così fatti, con tanto stivale nel suo pie, gli è d'uopo alla légora che infine dopo una infinita corsa la si persuada daddovero esser légora se pure al principio la fussi buon'anima del gatto, ch'era fuggito alla ciavatta di monna Perpetua.
Ed è pure, in questa generazione di felicità, una terza sottospezie, dopo l'aria e la terra: e cioè dopo lo star a sufolare nell'aucupio e il circuire nella légora. E la è questa propiamente uno stare, come l'aucupio, ma ti bisogna qui tutto il contrario che sufolare: che lo animale a che tu intendi qui non vuoi sùfolo, ma uno vermicino minimo di che si ciba, tanta è la varietà delli appetiti dei detti animali, ch'è come quella dell'uomini, che qual ciba il vermine e qual ciba lo sùfolo. Dico che questo animale non è se non il pesce, la di cui nazione è più propia nella marina, ma quando il suo regno nativo vi vengon soverchio, o è il regno troppo salso per chi non ami salsedine, vengono simili pesci a far l'ova sua in sui fiumi e di questi nei laghi. Così v'ha pesci anco nei lachi di Breanza che son cinque, e cioè l'Eupili, il laco di Oggiono, che può nelle sciutte divenir duo; e i lachi di Alserio, Segrino e Montorfano. Tu non vi peschi però né cavedoni, né trote, né anguille, né rombi, né scorfani, né naselli; e neppur quelli pesci tenche, o lucci, o lavarelli, né agoni (Corno), che i trisavoli nostri, di memoria santa, stati cent'anni in sui detti laghi, vi pescarono per la festa del Buonaparte dopo essersi lasciati pescare essi col vermicino trino, che ebbe il capo di libertà, il mezzo di egualità, e la coda di fraternità. Tu non vi peschi altro pesce che i gobbetti, o gobitt, il di cui seme fu immesso ne' detti laghi dall'alta provvidenza di chi lo importò non so se d'America o d'Affrica o d'Oceania; che quella materia centuplicante, ch'è il seme del pesce, è bene venga dal di fuori a migliorare il di dentro. Questi gobbi hanno duo virtù grandi, che li fanno principi e civi soli delle nostrane lacustri città. Prima virtù è quella ch'essi mangiano tutti li altri infanti pesci (che nissun pesce è fante), li quali per esser più dolci e men gobbi, non hanno possa all'incontro. Seconda è ch'elli sono tanto suavi nel fritto, che men dolce non è né l'assenzio, né il fiele. Non so qual cattedra né quale ambulanza li suggerì per suo profitto a' Lombardi, correndo gli anni di nostro Signore da
E v'ha una felicità sesta, ch'è uno arbore pungentissimo, ed è la robinia. Questa robinia, sopra a la terra lombarda, è più feconda che non le mosche sopra al risotto o i pesci gobbi in Eupili. Ignota in antico ai maggiori, uno grande scrittor nostro, che fece scritture assai buone e castissime, e compiacevasi a un tempo medesimo in nell'agricoltura, dicono l'avesse fatta venir d'Oceania. Ah! quanto amerei che il detto scrittore non avesse ad aver fatto quest'opera, ch'è la pessima sua: egli propagò la robinia come nessun santo apostolo ha mai propagato
Ed è settima felicità di Breanza che il vino vi viene dal colle, e la grandine vi arriva dal cielo. Tu metti l'uve ne' filari, | poi le pigi e fai vino crodello: le torchi e ne spiccia il torchiato. Ogni cosa propiamente vi arriva da quella parte che arrivar; suole e degge: così di Milano il piffete puffete, e la reverendissima signoria; del campanile il suono delle campanone,
come lustrale acqua si spande secondo disse in una buonissima e serena poetica l'abate Giacomo Zanella; ch'era un animo alto e buono: e le campane ti mettono in corpo il giuraddìo, le mosche d'ogni dove vi vengono, la légora in ogni dove la corre e fino dentro alle spoglie delli gnàvoli, gnàvoli, il di cui principe è il grande Gnào-Gnào.
... Il vino ecc.
Ed è ottava felicità di Breanza che potrà murare un dì marmora publiche, inscritte al mio nome con dire:
Qui sul colle ch'è aperto al cielo e ridente
Non si accomunò con i vivi
II Marchese della Nobile Miseria.
Da: Carlo Emilio Gadda, Racconti dispersi, Viaggi di Gulliver, cioè del Gaddus, in Romanzi e racconti II, a cura di Dante Isella, Garzanti, Milano 1989, pagg. 960-966
Indispensabile per collocare questo testo:
Mario Porro (cur.), Gadda e





…. a ricordare il dolore antico dell'uomo
che chiede conto del suo dolore a chi non gli risponderà.
La nostra esistenza terrena, la nostra natura mondana
è concentrata e condensata in quel lamento.
Foné semantiké, direi di Carlo Rivolta.
La Voce finalmente espressa, significata.
La cosa significata dalla voce.
Il suono dell'anima.
Cosa 'dire' di più, se non Giobbe?
Onore a chi sa dire il dolore umano
senza che la voce sia incrinata dal pianto,
né dall'incerto procedere di chi non sa da dove essa provenga.
Gabriele De Ritis
1 Dopo, Giobbe aprì la bocca e maledisse il suo giorno;
2 prese a dire:
3 Perisca il giorno in cui nacqui
e la notte in cui si disse: «È stato concepito un
uomo!».
4 Quel giorno sia tenebra,
non lo ricerchi Dio dall’alto,
né brilli mai su di esso la luce.
5 Lo rivendichi tenebra e morte,
gli si stenda sopra una nube
e lo facciano spaventoso gli uragani del giorno!
6 Quel giorno lo possieda il buio
non si aggiunga ai giorni dell’anno,
non entri nel conto dei mesi.
7 Ecco, quella notte sia lugubre
e non entri giubilo in essa.
8 La maledicano quelli che imprecano al giorno,
che sono pronti a evocare Leviatan.
9 Si oscurino le stelle del suo crepuscolo,
speri la luce e non venga;
non veda schiudersi le palpebre dell’aurora,
10 poiché non mi ha chiuso il varco del grembo materno,
e non ha nascosto l’affanno agli occhi miei!
11 E perché non sono morto fin dal seno di mia madre
e non spirai appena uscito dal grembo?
12 Perché due ginocchia mi hanno accolto,
e perché due mammelle, per allattarmi?
13 Sì, ora giacerei tranquillo,
dormirei e avrei pace
14 con i re e i governanti della terra,
che si sono costruiti mausolei,
15 o con i principi, che hanno oro
e riempiono le case d’argento.
16 Oppure, come aborto nascosto, più non sarei,
o come i bimbi che non hanno visto la luce.
17 Laggiù i malvagi cessano d’agitarsi,
laggiù riposano gli sfiniti di forze.
18 I prigionieri hanno pace insieme,
non sentono più la voce dell’aguzzino.
19 Laggiù è il piccolo e il grande,
e lo schiavo è libero dal suo padrone.
20 Perché dare la luce a un infelice
e la vita a chi ha l’amarezza nel cuore,
21 a quelli che aspettano la morte e non viene,
che la cercano più di un tesoro,
22 che godono alla vista di un tumulo,
gioiscono se possono trovare una tomba...
23 a un uomo, la cui via è nascosta
e che Dio da ogni parte ha sbarrato?
24 Così, al posto del cibo entra il mio gemito,
e i miei ruggiti sgorgano come acqua,
25 perché ciò che temo mi accade
e quel che mi spaventa mi raggiunge.
26 Non ho tranquillità, non ho requie,
non ho riposo e viene il tormento!
1 Elifaz il Temanita prese la parola e disse:
2 Se si tenta di parlarti, ti sarà forse gravoso?
Ma chi può trattenere il discorso?
3 Ecco, tu hai istruito molti
e a mani fiacche hai ridato vigore;
4 le tue parole hanno sorretto chi vacillava
e le ginocchia che si piegavano hai rafforzato.
5 Ma ora questo accade a te e ti abbatti;
capita a te e ne sei sconvolto.
6 La tua pietà non era forse la tua fiducia
e la tua condotta integra, la tua speranza?
7 Ricordalo: quale innocente è mai perito
e quando mai furon distrutti gli uomini retti?
8 Per quanto io ho visto, chi coltiva iniquità,
chi semina affanni, li raccoglie.
9 A un soffio di Dio periscono
e dallo sfogo della sua ira sono annientati.
10 Il ruggito del leone e l’urlo del leopardo
e i denti dei leoncelli sono frantumati.
11 Il leone è perito per mancanza di preda
e i figli della leonessa sono stati dispersi.
12 A me fu recata, furtiva, una parola
e il mio orecchio ne percepì il lieve sussurro.
13 Nei fantasmi, tra visioni notturne,
quando grava sugli uomini il sonno,
14 terrore mi prese e spavento
e tutte le ossa mi fece tremare;
15 un vento mi passò sulla faccia,
e il pelo si drizzò sulla mia carne...
16 Stava là ritto uno, di cui non riconobbi
l’aspetto,
un fantasma stava davanti ai miei occhi...
Un sussurro..., e una voce mi si fece sentire:
17 «Può il mortale essere giusto davanti a Dio
o innocente l’uomo davanti al suo creatore?
18 Ecco, dei suoi servi egli non si fida
e ai suoi angeli imputa difetti;
19 quanto più a chi abita case di fango,
che nella polvere hanno il loro fondamento!
Come tarlo sono schiacciati,
20 annientati fra il mattino e la sera:
senza che nessuno ci badi, periscono per sempre.
21 La funicella della loro tenda non viene forse
strappata?
Muoiono senza saggezza!».
1 Chiama, dunque! Ti risponderà forse qualcuno?
E a chi fra i santi ti rivolgerai?
2 Poiché allo stolto dà morte lo sdegno
e la collera fa morire lo sciocco.
3 Io ho visto lo stolto metter radici,
ma imputridire la sua dimora all’istante.
4 I suoi figli sono lungi dal prosperare,
sono oppressi alla porta, senza difensore;
5 l’affamato ne divora la messe
e gente assetata ne succhia gli averi.
6 Non esce certo dalla polvere la sventura
né germoglia dalla terra il dolore,
7 ma è l’uomo che genera pene,
come le scintille volano in alto.
8 Io, invece, mi rivolgerei a Dio
e a Dio esporrei la mia causa:
9 a lui, che fa cose grandi e incomprensibili,
meraviglie senza numero,
10 che dà la pioggia alla terra
e manda le acque sulle campagne.
11 Colloca gli umili in alto
e gli afflitti solleva a prosperità;
12 rende vani i pensieri degli scaltri
e le loro mani non ne compiono i disegni;
13 coglie di sorpresa i saggi nella loro astuzia
e manda in rovina il consiglio degli scaltri.
14 Di giorno incappano nel buio
e brancolano in pieno sole come di notte,
15 mentre egli salva dalla loro spada l’oppresso,
e il meschino dalla mano del prepotente.
16 C’è speranza per il misero
e l’ingiustizia chiude la bocca.
17 Felice l’uomo, che è corretto da Dio:
perciò tu non sdegnare la correzione dell’Onnipotente,
18 perché egli fa la piaga e la fascia,
ferisce e la sua mano risana.
19 Da sei tribolazioni ti libererà
e alla settima non ti toccherà il male;
20 nella carestia ti scamperà dalla morte
e in guerra dal colpo della spada;
21 sarai al riparo dal flagello della lingua,
né temerai quando giunge la rovina.
22 Della rovina e della fame ti riderai
né temerai le bestie selvatiche;
23 con le pietre del campo avrai un patto
e le bestie selvatiche saranno in pace con te.
24 Conoscerai la prosperità della tua tenda,
visiterai la tua proprietà e non sarai deluso.
25 Vedrai, numerosa, la prole,
i tuoi rampolli come l’erba dei prati.
26 Te ne andrai alla tomba in piena maturità,
come si ammucchia il grano a suo tempo.
27 Ecco, questo abbiamo osservato: è così.
Ascoltalo e sappilo per tuo bene.
1 Allora Giobbe rispose:
2 Se ben si pesasse il mio cruccio
e sulla stessa bilancia si ponesse la mia sventura...
3 certo sarebbe più pesante della sabbia del mare!
Per questo temerarie sono state le mie parole,
4 perché le saette dell’Onnipotente mi stanno infitte,
sì che il mio spirito ne beve il veleno
e terrori immani mi si schierano contro!
5 Raglia forse il somaro con l’erba davanti
o muggisce il bue sopra il suo foraggio?
6 Si mangia forse un cibo insipido, senza sale?
O che gusto c’è nell’acqua di malva?
7 Ciò che io ricusavo di toccare
questo è il ributtante mio cibo!
8 Oh, mi accadesse quello che invoco,
e Dio mi concedesse quello che spero!
9 Volesse Dio schiacciarmi,
stendere la mano e sopprimermi!
10 Ciò sarebbe per me un qualche conforto
e gioirei, pur nell’angoscia senza pietà,
per non aver rinnegato i decreti del Santo.
11 Qual la mia forza, perché io possa durare,
o qual la mia fine, perché prolunghi la vita?
12 La mia forza è forza di macigni?
La mia carne è forse di bronzo?
13 Non v’è proprio aiuto per me?
Ogni soccorso mi è precluso?
14 A chi è sfinito è dovuta pietà dagli amici,
anche se ha abbandonato il timore di Dio.
15 I miei fratelli mi hanno deluso come un torrente,
sono dileguati come i torrenti delle valli,
16 i quali sono torbidi per lo sgelo,
si gonfiano allo sciogliersi della neve,
17 ma al tempo della siccità svaniscono
e all’arsura scompaiono dai loro letti.
18 Deviano dalle loro piste le carovane,
avanzano nel deserto e vi si perdono;
19 le carovane di Tema guardano là,
i viandanti di Saba sperano in essi:
20 ma rimangono delusi d’avere sperato,
giunti fin là, ne restano confusi.
21 Così ora voi siete per me:
vedete che faccio orrore e vi prende paura.
22 Vi ho detto forse: «Datemi qualcosa»
o «dei vostri beni fatemi un regalo»
23 o «liberatemi dalle mani di un nemico»
o «dalle mani dei violenti riscattatemi»?
24 Istruitemi e allora io tacerò,
fatemi conoscere in che cosa ho sbagliato.
25 Che hanno di offensivo le giuste parole?
Ma che cosa dimostra la prova che viene da voi?
26 Forse voi pensate a confutare parole,
e come sparsi al vento stimate i detti di un disperato!
27 Anche sull’orfano gettereste la sorte
e a un vostro amico scavereste la fossa.
28 Ma ora degnatevi di volgervi verso di me:
davanti a voi non mentirò.
29 Su, ricredetevi: non siate ingiusti!
Ricredetevi; l